IPv6: un cambiamento epocale per internet

Se conoscete un minimo di gergo relativo alle tecnologie web, IPv6 è forse una delle sigle più “misteriose” che potrebbero esservi capitate: formalmente, infatti, si tratta di una versione del protocollo IPv4 che nasce per superare i noti limiti che quest’ultimo possiede. Navigare in rete ed essere connessi, in effetti, è un qualcosa che ognuno di noi da’ per scontato e la effettua senza nemmeno badarci, ma alla base esiste una tecnologia molto solida che la fa da padrone. 

Quando siamo connessi ad internet (che sia da mobile o dal desktop) ci troviamo su una rete interconnessa in cui ci è stato assegnato un indirizzo IP, e questo IP è, nella maggior parte dei casi, ancora di tipo IPv4. I più curiosi potrebbero chiedersi il perchè di tutto questo, ed in particolare perché quell’IP non è in formato nuovo, detto amichevolmente IPv6.

Cosa cambia tra IPv4 e IPv6

IPv4 utilizza uno schema di indirizzamento a 32 bit per poter supportare fino a 4,3 miliardi di dispositivi, il che si pensava (all’epoca della sua nascita) fosse sufficiente. Con l’avvento di nuovi personal computer, smartphone e dispositivi Internet of Things è diventata chiara una cosa: il mondo digitale ha bisogno di più indirizzi IP da allocare.

IPv6 è la nuova (ed ultima, ad oggi) versione del protocollo Internet, che identifica i dispositivi su Internet in modo leggermente diverso da IPv6. Questi indirizzi non sono più a 32 bit bensì a ben 128 bit, il che significa uno spazio di nuovi IP allocabili molto, molto più grande e pari a 2 elevato a 128 meno 1 (un numero seguito da 128 zeri, per capirci). La rappresentazione dell’IPv6 cambia anche a livello grafico, perchè non si tratta più di un gruppo di 4 numeretti decimali come:

123.456.123.676

bensì di un format hex o esadecimale del tipo:

2001:0db8:85a3:0000:0000:8a2e:0270:7334

Il protocollo IPv6 può gestire i pacchetti in modo più efficiente, migliorare le prestazioni, allocare più IP da mettere a disposizione a client e server e, come se non bastasse, può anche aumentare il proprio livello di sicurezza ed affidabilità. Secondo le statistiche di Google, solo il 35% delle utenze Google avrebbe adottato IPv6 e in Italia, per intenderci, circa il 4% lo avrebbe fatto.

Dal punto di vista storico, IPv6 è in lavorazione più o meno dal lontano 1998 ed è pensato primariamente affrontare la carenza di indirizzi IP disponibili sotto Ipv4; nonostante i suoi vantaggi in termini di efficienza e sicurezza, l’adozione è tuttora piuttosto lenta. I tanti e temibiii preavvisi sull’esaurimento degli indirizzi Internet sono di fatto finiti perché, lentamente ed inesorabilmente, è iniziata la migrazione dal mondo da IPv4 a IPv6, senza una data di scadenza vera e propria e senza progettazione mirata. Secondo le previsioni di qualche anno fa, per intenderci, nel 2018 gli indirizzi IPv4 sarebbero stati definitivamente spenti in favore di quelli IPv6, ma questa cosa è ben lontana dall’essere avvenuta. E mentre ci consumiamo per l’attesa in tal senso, una piccola curiosità: esiste formalmente un IPv5, intermedio tra i due protocolli, che venne sperimentato con successo per le trasmissioni audio e video tanto in voga oggi (tra streaming, videochiamate e via dicendo). Tuttavia non divenne mai uno standard universalmente considerato, e si passò direttamente alla versione IPv6.